giovedì, 24 aprile 2008


Parliamone. E' da settimane che i media lo fanno, perché quindi non posso farlo io? So che è un argomento scomodo ma non posso non dire la mia. Su che cosa? Sulla riesumazione di Padre Pio.
La domanda che mi pongo è: perché?
Non vedo spiritualità nel portare alla luce un cadavere. Vedo solo una squallida operazione commerciale. Un'inutile esposizione di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno. Ho inoltre saputo che sul volto di Padre Pio, poiché decomposto, è stata applicata una maschera. Una maschera! Capite? Migliaia di fedeli accorreranno a pregare davanti al suo cadavere e lo guarderanno in viso, ma quel viso non gli appartiene neppure davvero! Che differenza c'è, allora, se al posto di riesumarlo avessero scolpito una statua di cera identica al frate e mostrata simbolicamente in pubblico?
Scusate, io per prima non voglio risultare blasfema, ma sono l'unica a trovare folle questa messinscena?
Non so davvero che pensare. Che qualcuno di più esperto mi illumini sul perché hanno disseppellito il suo corpo e lo hanno esposto con gioia al mondo. Sulle ragioni effettive di un simile atto. Con cinismo non posso non riflettere riguardo il marketing che girerà attorno a questo evento, per alimentare un giro d'affari che, sicuramente, fa già parecchi euri l'anno.
Ho sempre pensato che queste esaltazioni appartenessero solo al mondo dello spettacolo. In fondo, quale differenza c'è tra i gadget religiosi con l'icona di Padre Pio e le magliette rosse col Che, le borse stampate con il volto di Marilyn Monroe e il pellegrinaggio a Graceland, dove giace Elvis?
Nessuna, proprio nessuna.
Eppure, personalmente, dalla religione mi aspettavo meno materialismo, meno feticismo, meno morboso vouyerismo. Forse però, la gente ha bisogno di vedere i suoi idoli, la loro carne, le cose che gli appartenevano, dove hanno vissuto, dove sono morti. E portare con loro un'immagine, un qualcosa per averli sempre con sé, anche se impressa in una tazza o in una candela. E' un banale bisogno di sicurezza. Però, mi chiedo, è giusto che questa necessità arrivi a disturbare persino il sonno dei morti? Abbiamo davvero bisogno di queste cose per sopravvivere, per riuscire ad avere fede con tutte le nostre forze? Che sia in un santo, nelle parole di una canzone, nella pellicola di un film, negli ideali di un uomo.
Se la risposta è affermativa, mi rifiuto di crederci. Non perché non abbia bisogno anch'io di certezze, tutt'altro. Ma sento che certi limiti non dovrebbero mai essere valicati, nonostante tutto.






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mercoledì, 26 marzo 2008


Ebbene sì, sto regredendo allo stato di teen ager.
Non bastano le All Star ai piedi, le forcine colorate per tener fermi i ciuffi ribelli dei capelli e l'eye liner nero che fa tanto emo. Ora ho finalmente l'I-pod. Ora posso andare in giro con gli auricolari alle orecchie e quell'aggeggio demoniaco ficcato in una tasca, mentre a tutto volume sento le mie canzoni preferite come una vera teen ager, appunto.
Perché, non so se ve ne siete resi conto, ma l'I-pod è diventato l'oggetto culto degli adolescenti del duemila. E' un simbolo talmente consolidato che chiunque ce l'abbia acquista improvvisamente un'aura tremendamente ggiovane, nonostante sia un cinquantenne coi capelli brizzolati, la cravatta e la ventiquattrore sottobraccio.
L'I-pod è lo status symbol di un'età a cui tutti un po' bramano di tornare se non altro per la spensieratezza mentale. Anche se, a dirla tutta, io come adolescente non sono mai stata un granché. Non che col tempo le cose siano migliorate, ma se non altro l'età e le esperienze di vita mi hanno conferito un fascino leggermente meno nerd.
Ad ogni modo, viva l'I-pod, oggetto che merita i più grandi elogi non solo per le potenzialità tecnologiche, ma soprattutto per l'indiscussa figosità estetica. Finalmente anche voi che magari non fumate potete sentirvi virilmente boni. Sempre se riuscite a non mettervi a cantare in mezzo alla strada durante l'esecuzione dei brani. In quel caso il musical di cui fino a qualche istante prima eravate i soli protagonisti potrebbe tramutarsi in una penosa puntata de La Corrida, quando il semaforo diventa verde e il pubblico può suonare i campanacci e le trombe da stadio per farvi capire quanto trova insopportabili voi e la vostra aria da bambocci cresciuti.





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giovedì, 06 marzo 2008


Sarebbe troppo facile, in questo momento, mostrare un qualsiasi spezzone di Ghost, come fossi uno di quei giornalisti sciacalli che spingono alla lacrima facile grazie a montaggi e melodie d'effetto, usando per di più una delle pellicole più tristi che esistano. Ma non lo farò. Inoltre di Ghost ne ho già parlato, in passato.
E comunque la tristezza addosso per questa notizia, nonostante tutto, ce l'ho lo stesso, quindi non cambierebbe poi molto.
Per cui posto un altro video per me emozionante allo stesso modo. Perché il mio primissimo approccio alle commedie romantiche l'ho avuto vedendo recitare Patrick Swayze e io mi sento di ringraziarlo, prima che sia troppo tardi.







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domenica, 17 febbraio 2008


Ma quanto mi stanno sul cazzo quelli che, perché hanno fatto l'Accademia d'Arte o sono invischiati in qualche attività che ha a che fare con una qualsiasi delle sette arti, si credono artisti dalla capacità talmente estrose e originali che noi comuni mortali possiamo solo ritenerci fortunati di star loro accanto. Quelli che pensano di avere una tale pazza genialità in qualsiasi cosa facciano, quelli che devono dimostrare di essere personaggi in tutto: dal modo in cui addobbano casa o da come mettono a bollire una teiera, oppure dal modo in cui pronunciano determinate parole sino alla maniera in cui sorridono.
Mi fanno schifo quelli che si vestono con scampoli di creatività allo scopo, la maggior parte delle volte, di suscitare ammirazione, sia essa sotterranea o palesata. Brandelli di popolarità che nascondono alle volte un'insicurezza fastidiosa.
Siete patetici, lasciatevelo dire.
Il valore dell'arte è scaduto ai tempi di Duchamp. E successivamente la merda inscatolata di Manzoni ne ha brillantemente evidenziato la ridicolaggine, con tutti i paradossi che ne sono conseguiti. Ha fatto il suo corso l'atteggiamento dell'artista vissuto, incompreso, genio, folle, unico e solo al di sopra della marmaglia di pecoroni che compone genericamente la massa. O meglio, è un'immagine talmente abusata da risultare macchietta. Da diventare, pensate un po', banale, noiosa, già vista e soprattutto normale.
Normale
. Condizione spaventosa, al giorno d'oggi.





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giovedì, 14 febbraio 2008







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venerdì, 08 febbraio 2008


Al primo posto ci sono gli svizzeri.
Poi arrivano pari merito gli ammmeregani e i tedeschi.
Poco dopo giungono i francesi, poi gli spagnoli, poi gli inglesi e così via con altre nazioni fino ad arrivare all'ultimo temerario proveniente dalla Nigeria.
Ebbene sì, anche gli stranieri leggono il mio blogghe. Cosa riusciranno a capire lo chiederei direttamente a loro, ma in che lingua? Sono in difficoltà.
Vorrei riuscire a comunicargli qualcosa, chissà, magari potrei mettermi a scrivere in inglese. Ma che banalità questo inglese.
L'esperanto non ho mai ben capito come funzioni, ma a quel punto se dovesse arrivare qui un asiatico si sentirebbe escluso. C'è da dire inoltre che la prima chiave di ricerca con cui si parcheggia a Roadside Attraction è Ainett Stephens: sapete, la tizia stragnocca di Real Tv. E già il fatto di averla nuovamente nominata farà aumentare i link. Forse è giusto avvisare la gente che spera di trovare qui qualche foto succinta della donna in questione: tempo sprecato, ragazzi. You lose your time. Qui si tratta di argomenti seri, mica bruscolini (vedi post qui sotto). Ma non è detto che se cercate bene non possiate trovare ciò che più vi aggrada ("aggrada" poi me lo traducete voi eh).





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